SEZIONE “RACCONTI”

MAMMA, PAPÀ? SONO A CASA!
primo classificato
di Anna Aurora Centemeri

Lancio il mazzo di chiavi sulla mensola dietro al divano. Mi scaravento, di peso, contro la vecchia porta per chiuderla in fretta. Le luci sono spente. Tutte quante. In salotto la luce è accesa ad ogni ora, anche quando non serve – i miei non si preoccupano del risparmio- , e questo buio è assai sospetto. Chiamo mamma e papà, una volta, due, senza ricevere risposte né cenni di vita. Il silenzio, come un boa, mi si stringe intorno al collo, minacciando di soffocarmi. Un’edera di ombre e luci si rincorre sulle pareti, vicino al tavolo e ai fornelli. Prendo a fischiettare melodie che non conosco, per qualche minuto, poi smetto e mi precipito verso la poltrona. Affondo nella stoffa morbida, poi allineo le mani con i braccioli.
Un bagliore improvviso, poco più in là, e il frastuono disturbante di una voce che parla. Il volume troppo alto, la luce accecante, tutto sembra volermi aggredire, e intanto cerco disperata il telecomando per farla stare zitta. Dopo una serie interminabile di secondi, scopro di aver schiacciato l’apparecchio sotto al sedere e di aver premuto il tasto di accensione. Mi alzo meccanicamente, zittisco il televisore e sprofondo ancora nella poltrona. Poi, però, il silenzio mi ferisce, e allora cambio idea: accendo la tv. Scorro i canali senza prestare realmente attenzione alle immagini, vedo macchie accese in movimento, come nelle foto termografiche.
Arrivo ad un numero lunghissimo, poi torno indietro fino al primo. Niente di speciale. Fisso lo schermo senza espressione, con occhi di ghiaccio. La situazione è tanto insignificante da traumatizzarmi. Mi assale una nausea improvvisa, e corro in bagno. Solo qui accendo la luce. La voce nasale di un comico satirico giunge fino al gabinetto, dove mi svuoto senza sosta. Mi sollevo da terra, cerco di sciacquarmi il volto, tirando indietro i capelli con una violenza disumana, quando dopo aver forzato le manopole per cinque minuti mi accorgo che dal rubinetto non esce acqua. Resto immobile per molto tempo, quasi a cercare una risposta dal lavandino. Vado in cucina, afferro una bottiglia, tra i rumori della tv, e torno in bagno. Chinandomi sulla conca, rovescio il getto sul mio volto. Con le palpebre ancora serrate, apro il mobiletto degli asciugamani, iniziando a muovere le mani nel vuoto, alla ricerca di una superficie. Ma nulla. Spalanco gli occhi, frastornata. L’interno del piccolo armadio è cambiato: non esiste più alcun ripiano, e gli stracci sono sparsi lungo un breve corridoio buio. Intravedo quelli viola, vicini all’entrata, ma delle stoffe lontane non distinguo il colore. Infilo una mano nel vuoto e assesto un colpo sul soffitto del cunicolo: legno duro, il materiale del mobile. Mi alzo da terra, lascio la stanza per cercare una torcia. Eccola, in camera, sul letto sfatto; mi butto sul materasso per prenderla, sporcando le lenzuola con le scarpe infangate. Al mio ritorno, trovo le ante dell’armadietto chiuse. Le spalanco con aria di sfida, come un bambino che strappa il disegno del vicino di banco. Un’aria quasi impercettibile mi soffia i capelli via dal viso. Punto la torcia nel corridoio. Seguo il percorso simmetrico creato dagli stracci, fino a vedere il fondo del cunicolo, abbastanza vicino. Ma ciò che guardo è tanto assurdo da diventare ributtante, disgustoso: due piccole figure tremolanti, deboli, infreddolite, vestite di soli panni, che si abbracciano al termine della galleria. Battono i denti, con volti impauriti, e si stringono fino ad arrossare la pelle. Le dita di lei graffiano le spalle di lui. La carne morbida dell’uno e dell’altro sembra malleabile come il pongo, e la stretta è aggressiva, li penetra, li buca.
Sono i miei genitori. Non ho mai visto le loro bocche contratte in smorfie del genere, ma riconosco mia madre dalle ciocche dei capelli, lunghe, scure, troppo lisce, cadenti dal suo profilo come i tentacoli di una piovra, e mio padre dalla chioma cespugliosa, arruffata e nera. Mi addentro nel corridoio strisciando con fatica, simile a un verme ferito. Una volta raggiunto il fondo, provo a parlare con i miei.
Vi tiro fuori da lì” dico.
Non puoi farlo” risponde papà.
Non puoi” ripete mamma.
Il silenzio mi permette di ascoltare lo scricchiolio dei loro denti impazziti. Forse per il timore di sentire quei denti frantumarsi, riprendo a parlare: “Perché?” chiedo.
Perché è troppo tardi” dice lui.
Tu volevi liberarti di noi” aggiunge lei.
Allungo la mano e afferro mia madre per un braccio, sperando di riuscire a portarla via:
Non toccarmi!” urla sputandomi e trasformando il suo sguardo terrorizzato in uno sguardo infuocato.
Papà …” supplico “… papà, vieni via …”
Rinuncio. Forse troppo presto, ma rinuncio. Qualcosa mi suggerisce di andarmene perché loro non lo faranno.
Mi giro, con un po’ di sforzo, e d’un tratto, avvertendo l’aria fredda dietro di me e considerando l’assurdità della situazione, temo che le ante si chiudano per sempre. Eviterei volentieri di ascoltare il rumore di quei denti, mentre mi allontano, ma mi risulta impossibile. Alla fine esco dal corridoio, stanca, stremata, e mi raggomitolo sul pavimento della stanza come un cucciolo massacrato. Mi aggredisce un forte tremore, simile a quello dei miei. Qualche lacrima rompe la patina dei miei occhi di ghiaccio. Cedo al sonno. Mi sveglio molto tempo dopo, il bagno è muto e luminoso, il pavimento meno gelido. Mi alzo, le ante del mobiletto sono chiuse, vado in salotto, subito, e il silenzio è spezzato dalle voci della tv che ho lasciato accesa. Il buio è ancora prepotente. Questa volta osservo attentamente le immagini sullo schermo. Telegiornale. Sputacchiano in quei microfoni l’ennesima disgrazia.

SPARITA UNA COPPIA DI GENITORI DI QUARANTACINQUE E QUARANTOTTO ANNI, SOSPETTATA LA FIGLIA CON DISTURBI PSICHIATRICI. I VICINI DI CASA RACCONTANO DI AVER SENTITO CONTINUI LITIGI VIOLENTI NEGLI ULTMI TEMPI . I MEDICI CONFERMANO LA SUA INSTABILITA’ MENTALE, MA IN ASSENZA DI ALTRE PROVE NON SI E’ ANCORA CERTI DELLA SUA COLPEVOLEZZA.”

Spengo la televisione con estrema violenza, quasi offesa dal significato di queste parole. Ho paura. Con un’espressione infuriata torno in bagno. Resto immobile dieci secondi, poi venti, poi passa un minuto. Aspetto. Fisso il mobile degli asciugamani. Improvvisamente, sferzata dal peso di una realtà che non conosco, mi abbasso e spalanco le ante dell’armadietto. Panni di ogni colore e dimensione ben stirati e piegati sui ripiani. Per accertarmi che non sia un’illusione, tasto il fondo delle mensole e sembra essere davvero tutto a posto. Sorrido, come se la fine dell’incubo rappresentasse un mio merito. Torno in salotto, accendo tutte le luci e mi preparo un panino, rovistando tra gli avanzi nel frigorifero.
Addento il mio cibo, seduta a tavola.
Mamma?” chiamo d’un tratto “Mamma, dove sei?”
Do un altro morso al panino di carote. “Papà?” continuo “C’è nessuno?”
Ora la mia voce è terrore puro. Mi sembra che una figura si stia stagliando sulla porta, ma certamente mi sbaglio. Cosa sia successo prima di questa sera, prima che mettessi piede in una casa deserta, non lo ricordo proprio. E ora nessuno risponde ai miei richiami. Potrei prenderla male, allagare il salotto con il mio pianto disperato, strapparmi i capelli, infilarmi sotto le coperte e non svegliarmi più. Ma i miei hanno sempre stimato chi non si perde d’animo, e per una buona volta li renderò fieri. Con un’alzata di spalle, torno a mangiare il mio panino con il sorriso più splendente della mia vita.

LA FORESTA CHE BRUCIA
secondo classificato
di Giulia Costantini

Calava il sole. La luce dorata faceva risplendere i campi di grano di onde color dell’oro e dello smeraldo, che rifulgevano ora tiepide, ora fredde, come i venti sul far della sera. La musica lontana di una cetra richiamava alla memoria l’inizio della primavera, l’odore dolciastro dei fiori di ciliegio. Le giovani piante spogliate dal vento, orfane di quei petali bianchi e delicati che la stagione nuova aveva strappato via, proiettavano le ultime ombre sulla strada che portava ad Eclanum. La città fortificata si ergeva sul colle e dominava il lieto paesaggio limpido e sereno; sulle mura, un ragazzo sedeva con la schiena appoggiata ad una torre di guardia e quella inespressa felicità si insinuava nel groviglio di emozioni dense e cupe come non mai.
A marzo, quando fiorivano i ciliegi, in equilibrio su quello stesso tratto di mura Merkis giocava a palla con suo fratello e Dara. Proprio da quel punto superavano le fortificazioni, grazie ad una corda annodata ai supporti di ferro delle torce. Andavano a riprendere la palla, poi ogni volta erano vinti dalla tentazione e finivano a camminare nel bosco proibito. Di quella foresta conoscevano ogni sentiero, ogni fossato, ogni recondito anfratto. Sapevano dove crescevano i funghi e le fragole, su quali alberi ci si poteva arrampicare, conoscevano le zone in cui volavano i falchi ed i punti da cui bisognava girare al largo, come le trappole dei contadini e le tane dei tassi.
Dara portava le gonne corte delle bambine, i capelli neri sciolti ed annodati. Aveva le guance arrossate dal sole e non aveva paura di niente, non piangeva quando suo padre la puniva per essere tornata dopo il tramonto, e anziché spaventarsi sorrideva con fierezza quando una poiana si buttava dall’alto su una lepre.
Si diceva che nel bosco riposassero le anime dei morti… Merkis sperava che anche Dara si trovasse lì, dove avrebbe voluto essere.
Da due primavere a questa parte, infatti, Merkis vedeva Dara ormai solo nei ricami dei biancospini, tra le radici delle vigorose querce secolari ed il canto del torrente, adesso che una malattia l’aveva portata via per sempre. Ormai quella foresta che conosceva così bene era per lui solo un dedalo di ombre.
Eppure non era solo la nostalgia a dominare l’animo del giovane: nelle sue orecchie già egli sentiva il clamore della battaglia, avvertiva una vertigine al pensiero di quello scontro fatale e decisivo.
Si sarebbe fatto strada tra tutti i nemici, tra il vorticare delle lame e le nuvole di polvere sollevate dalla marea furente di uomini e cavalli.
Avrebbe difeso le porte della città fino all’ultimo, ed ora che il cielo si era fatto bluastro, mentre l’odore acre del fumo penetrava nelle sue narici, mentre un soffio di vento gelato gli spazzava la faccia, sentiva il sangue galoppare attraverso il suo corpo come una rabbia atavica, disperata, non figlia dell’odio, ma della volontà di vendere cara la pelle.
Eppure che significava rimanere vivi?
A che sarebbe valso continuare a respirare, se fosse stato fatto prigioniero, se della sua città non fosse rimasto che una piccola montagna di macerie, un cumulo di templi spogliati e resti bruciati, da cui avrebbe visto i nemici portare via in catene sua madre e sua sorella? Rabbrividì.
Al suono dei colpi leggeri sulle pelli dei tamburi, la città ferveva negli ultimi, febbrili preparativi per la difesa: quando il sole fosse sorto di nuovo, i nemici avrebbero attaccato. A quel punto, i Sanniti non avrebbero avuto scampo.
Un terrore freddo era sceso con la notte, stendendo le sue dita nodose ed invisibili su tutti gli uomini che si avviavano per le strade di Eclanum.
Merkis chiuse la paura nel profondo del suo cuore e con risolutezza si impose di scendere, obbedire agli ultimi ordini per poi passare la notte coi suoi commilitoni, a ridere e scherzare ed arrostirsi il volto al fuoco, allontanando il male e la paura. Eppure mentre le ombre delle fiamme mettevano in scena una macabra danza sui loro volti, non riusciva a sfuggire all’impressione che quella fosse l’ultima luna piena che li avrebbe visti seduti uno accanto all’altro, intorno allo stesso ceppo di legna ardente.
Aveva la sensazione che nella sua anima si fosse aperto un profondo squarcio indolore, eppure straziante: era come se una parte di lui fosse rimasta a guardare dalla torre di guardia un eterno tramonto, sperando istante dopo istante che durasse per un secondo di più. Fissava le braci senza concentrarsi, distratto, quasi la luce che emanavano fosse nuova ai suoi occhi. Era la luce a generare le ombre, pensò d’un tratto. La luce, che inganna e raggira gli uomini, che si cela nei riflessi e tiene le briglie del mondo, proiettando sulla terra interi spettacoli di illusioni, per poi illuminare la via dei liberi, quella della verità! Dunque le ombre erano nella luce, e soltanto la luce poteva liberarle…
Continuò ad aggirarsi per le strade, al buio, da solo, per ore. Allontanò i suoi amici, i suoi compagni di battaglia, per vagare tra le case dai lumi ormai spenti. Contemplava la sua idea, pensando alle ombre, alla luce e ai nemici che avrebbero portato il buio e la distruzione. Ormai ne era certo: era nel bosco che i romani si sarebbero accampati, devastando senza pietà quel lembo di terra incolta sotto cui non sapevano che robuste radici crescessero. In quel bosco risiedeva lo spirito della sua gente, strettamente ancorato al terreno. Darlo alle fiamme che significato avrebbe avuto? Lui non voleva distruggere ciò che quel posto rappresentava: voleva liberarlo, permettergli di andare oltre il tempo e lo spazio, di superare la dimensione puramente fisica e mettere le proprie radici per sempre nell’anima di tutti. E poi… Se fosse stato sconfitto, non voleva lasciare Dara prigioniera di un luogo morto, nelle mani di un nemico.
Dal fitto della boscaglia si alzavano robuste fiammate in un potente nuvolone di fumo scuro. Dalla foresta che bruciava si sollevavano in voli disordinati gli uccelli, scappavano nei campi le volpi e i caprioli. Assaliti dalla truce marea rossa, divorati dal fuoco implacabile, gli alberi crollavano gli uni sopra gli altri in piogge di scintille.
Liberi, i granelli di luce dorata salivano in spirali verso l’alto, inseguendo il manto di stelle sotto cui dormivano le colline.
Il vento sferzava il suo volto, l’odore del sangue dorato dei pini si univa al sapore metallico delle sue labbra, Merkis si sentiva esplodere in petto qualcosa di eterno ed indefinibile. La levata del sole era festeggiata dai primi lontani squilli delle trombe e dei corni.
Doveva correre.
Sentì pesanti goccioloni di pioggia cadergli sulla pelle che ancora bruciava, mentre si lanciava a perdifiato su per il colle, fino alle torri, incurante del respiro che iniziava a mancargli.
“Stanno arrivando da est!” gridava alle sentinelle mezze assopite, sentendo come per la prima volta i passi dei soldati in marcia, il ritmo furibondo dei tamburi, lo scalpitare dei cavalli, il peso della spada tra le dita…
Merkis aprì le ali, come una poiana che si getta sulla preda.
Un vento fresco accarezzava i colli, quasi a lenire le profonde ferite della città. Ai piedi delle mura, una distesa di corpi esanimi, armi, scudi, sangue, scagliati a terra da un’immensa, inumana forza distruttiva.
I cavalli tozzi e scuri scampati al massacro masticavano lentamente, del tutto indisturbati.
Sulla rocca più alta di Eclanum il vento agitava il vessillo di vittoria dei Sanniti. Il robusto paese di montagna aveva resistito al violentissimo assalto, i suoi fieri abitanti erano riusciti a respingere gli invasori. Nessuno si era arreso.
Sotto le corolle di petali sfogliati dal vento, si stavano maturando i dolci frutti dei ciliegi. Un piccolo germoglio verde si alzava tra la cenere della foresta.

PARADOSSO
terzo classificato
di Nicole Rocca

Vedete quell’accidioso pedone? Trascina i propri piedi l’uno dietro l’altro, la pioggia sgocciola sul suo egro corpo: si deposita sulla visiera e sulle increspature del trench; poi l’uomo scrolla la testa, l’acqua cola sul segnato profilo, restando penzoloni sulla punta del suo naso greco, fin quando si lascia andare e, richiamata dalla gravità, cade in terra.
Ecco pressappoco l’esistenza di noi tutti: caduca, breve, scivolosa.
Il sordo rumore di un tacco dodici appartenente a delle Chanel rosse intimorisce il neghittoso passante con l’impermeabile: si volta; scappa. La donna sfila dalla borsetta un rossetto scarlatto, lo passa accuratamente sulle labbra. Apre il portafogli e mi lancia una moneta. Bonny era il suo nome. Dotata di una venustà seducente, se ne rendeva conto, e per questo era un po’ querula nel pretendere attenzioni, ma a me piaceva così. Era divenuta il mio sostentamento: l’unica che desse la questua ad un pitocco. Fuggivo dalla gente, il benché minimo rumore mi suggeriva di sgattaiolare fra le crepe dei muri di periferia a guisa di un sudicio ratto.
Parecchia acqua era passata sotto i ponti, ma l’astio che provo mi fa solo anelare la morte di quel sevo, esecrabile essere.
Camminavo per quelle strade intrise di corruttela, ripensando al minaccioso monito di mio padre, dopo avermi ripescato ebro da una serata di poker da Moe’s. Avevo perso contro Murphy Buther, pluridecorato tenente del dodicesimo distretto, ampolloso “paladino” della giustizia. Comunemente conosciuto come opimo, insipiente porco: non esisteva tutore dell’ordine più corrotto; non c’era delinquente dell’angolo tra la sesta e la cinquantatreesima che non bramasse il suo congedo per poterlo picchiare a sangue e non rischiare la gattabuia. Da “difensore della legge” qual era, più e più volte s’era sistemato le carte un po’ troppo palesemente. Io, da buon cittadino, alzandomi per rincasare, adoperando la bottiglia come corpo contundente, feci in modo di aprire un vasto pertugio nella sua cervice. Il succitato suino cadde in deliquio per qualche istante, poi rigettò l’etilico che aveva in quel lurido corpo, blaterando sentenze che avrebbero atterrito qualunque avventore presente in quel bar, se a pronunciarle non fosse stata quella fogna. Fui cacciato da altri tre brutti ceffi e lasciato per strada.
Mi ero dilettato, ma quella notte volevo correre il rischio di puntare più in alto e chissà, sfidare la sorte.
Superai Moe’s, non volevo più metter piede in quella topaia; costeggiai Sin River per mezzo miglio controcorrente ed imboccai Manhattan Street. Il buio pesto era squarciato a tratti dai rari lampioni, le cui lampadine non erano ancora state frantumate da proiettili. Dirimpetto ad uno di questi, proiettava la sua ombra l’insegna ad intermittenza del locale “Brood”. Dicevano fosse malfamato, ma ciò non mi turbava: in un mondo come questo si apprende che il male ed il bene sono facce della stessa medaglia.
In poco tempo fui dinnanzi l’uscio, incerto se entrare o proseguire il mio vagabondaggio notturno. A destra dell’ingresso, gli eroinomani erano in maggioranza rispetto ai cassonetti. Considerai le opzioni, ma quella sera non ero pervenuto sin lì per comportarmi da vigliacco, dunque lanciai una siringa a quei tossici e varcai l’entrata.
La visibilità nella stanza era ridotta dalle luci rosse poste sopra il palo da streep, gli uomini erano accalcati attorno al palco e, come canidi desiderosi di carne, sbavavano col muso rivolto verso Bonny che stava facendo il suo numero.
Mi diressi verso il bancone: la dovizia di superalcolici scolati era sconcertante. Chiesi un Gyn Tonic. Appoggiai il bicchiere sul lercio tavolo di legno e notai la scritta “ACAB” incisa barbaramente.
Un rugliare d’acqua richiamò la mia attenzione: si spalancò la seconda porta di quelli che, per la trascuratezza, da servizi pubblici si erano tramutati in latrine: ne uscirono dei miasmi che accompagnarono, lungo il tragitto verso una sedia, un energumeno trasudante nequizia. Il suo nome era Frank Jones.
Con patente autorevolezza ruotò di un quarto il collo, pretendendo che lo scagnozzo alla sua sinistra si avvicinasse. Dopo avergli mormorato qualche parola, questi indicandomi chiese:“Tu! Di’ un po’: hai pestato Murphy da Moe’s?”. (Crimini e misfatti degli uomini soli si spostano col vento da queste parti). Dalla mia bocca non vi fu risposta. Di nuovo: “Il gatto ti ha mangiato la lingua, idiota?!”
Quello stolto non meritava nemmeno un istante della mia attenzione, ma lo sproloquio doveva finire. Optai per una risposta a tono: levai la terza terminazione articolare dell’arto superiore, regalandogli un gesto apotropaico.
Iroso, aveva posto la mano sul ferro per adoperarlo, quando Jones lo placò con un cenno del capo.
“Novellino, m’han detto che te la cavi a carte!”. Stavolta a parlare era stato Frank. Improvvisamente la sala fu pervasa da un’atmosfera artica. Bonny cessò di danzare.
“Chi gliel’ha detto è un bugiardo: io sono l’asso nella manica!”, replicai.
“Cosa fai ancora in piedi, allora? Prendi una sedia!”, dicendo, prese il mazzo ed iniziò a mescolare. Ero stato invitato a sedere al tavolo del male, provavo un certo fascino. Così capii che giorno dopo giorno, avevo imparato a camminare, parlare, strisciare in funzione di quell’unico, irripetibile momento. Non so per quali meriti, ma mi era stata offerta la possibilità di schiacciare una grossa, carenata mosca di pece. Ero all’apice, nessun altro istante della vita avrebbe raggiunto quei livelli. Respiro, ne sento l’acciaio, l’urina, la nitroglicerina; negheranno che la gloria ha questo odore.
Incedendo, mi sedetti al suo medesimo tavolo, faccia a faccia. “Bando alle ciance, Frankie!”, dissi con una leggera smorfia.
La posta fu sin dall’inizio molto alta, la partita durò varie ore: una folla si era ammassata tutt’attorno, premevano per vederci meglio. A ciascuna presa, tremende imprecazioni in sgrammaticati anacoluti sgorgavano dalle cloache dei due criminali: noi eravamo Bonny, quella sera.
L’aurora stava per sorgere; fra le mani occultavo miseri punti: una coppia di sette, un otto, un asso e una donna.
“Tre carte”, chiesi. Il mio avversario rimase inerte. “Alziamo il piatto?”, propose. Accettai, puntando tutto il denaro che portavo con me; identico gesto compì l’altro.
Desideravo sfidare la sorte. Le mie palpebre erano pesanti. Guardai l’orologio: 06:06 del mattino. “Mostrate il punto”, disse il croupier.
Lui, poker d’assi. Avevo una sola possibilità di vincere e nemmeno conoscevo le carte ottenute dal cambio. Passai il mio punto al ragazzo improvvisatosi croupier; pendevo dalle sue labbra.
“Scala reale, ha vinto la partita!”
Glorioso, ma mantenendo la mia pavida espressione, ficcai i verdoni in una sacca e me ne andai.
Diversi giorni avanti, camminando per Columbus Street, una Gran Turin inchiodò di fianco a me. Dall’interno fu gettato sul marciapiede un fardello avviluppato nella plastica. Lo aprii: Il cadavere di mio padre mi fissava. Se ripenso a quella mattina, non ricordo che vestiti portasse o come io fossi conciato, né il profondo taglio alla gola; davanti ai miei occhi c’erano solo i suoi occhi, che mi osservavano. Il suo sguardo era velato e sul fondo della pupilla mi parve di scorgere una macchia, come quando la nuvola di latte colora il tè: un pizzico di morte gli era ancora addosso.
Delle istantanee lo mostravano soffocato in un anello di ferro.
Credo sia stato Murphy a condurmi nella tela del ragno.
Nonostante passasse il tempo, rimasi sempre un figlioletto, bloccato fra le braccia di un’impagliatura.
Non ho più nulla, sono appeso ad una vita che non considero più tale.
Quella fu una giornata uggiosa: la pioggia mi trapassò le membra. Non ha mai smesso.

VIOLET
selezionato
di Silvia Albi Bachini Conti

Non dovrei, ma d’altra parte, come potrei non farlo?
Tutto per una promessa, una stupida promessa fatta da bambini sotto quell’albero di ciliegio. Era estate, ma quel giorno pioveva a dirotto. Le ciliegie scarlatte ormai a terra ci circondavano e noi, con le nostre mani strette l’una all’altra, ci promettevamo amicizia eterna.
Chi l’avrebbe detto che dopo vent’anni un angelo e un demone potessero ancora tener fede a tale giuramento. Mi trema la mano ed ho tutti i muscoli in tensione, mentre Dylan sembra calmo e rilassato, com’è sempre stato.
Ricordo ancora la prima volta che venne a casa mia… Il sorriso forzato di mia madre e il volto di mio padre rabbuiato come avesse visto un fulmine a ciel sereno. Dylan all’epoca aveva solo sette anni e se ne stava là, dall’altro lato della stanza, sorridente come un raggio di sole. I miei genitori sapevano di una remota possibilità che ciò potesse accadere, ma forse non erano pronti ad accogliere un demone in casa, in realtà, non lo sono mai stati e mai lo saranno. Ho frequentato una scuola privata, “una scuola di soli angeli, degna di te” aveva detto mio nonno. Si fa sempre molta attenzione a tener separati angeli e demoni, due forze contrastanti che insieme, si dice avrebbero portato alla distruzione e forse è vero, ma da quando ho conosciuto Dylan, la mia vita è cambiata. Abitavamo abbastanza lontani da piccoli, ma bastava “seguire il ruscello fino a dove tramonta il sole” per arrivare a casa sua. Mi ha sempre affascinato il fatto che io abitassi dove il giorno inizia e lui dove finisce.
Ora di tempo però non ce n’è più, devo sbrigarmi ma il mio corpo si rifiuta di muoversi, sento il suo sguardo posarsi su di me… Torno a guardare l’albero, ma la testa mi gira troppo, mi manca il fiato e poi… più nulla. Il petricore mi risveglia dopo non so quanto tempo, la pioggia ha lasciato spazio ad un cielo compatto di nuvole grigie. Sento le lacrime calde solcarmi il viso e la rabbia salire impetuosa.
I miei lo avevano detto “Non capiamo da dove tu sia arrivato, o perché tu sia qui, esistono leggende di angeli intrappolati nel corpo di un demone, ma il contrario non si era visto mai. Arriverà il giorno in cui il tuo destino e la tua vera essenza verranno a reclamare il tuo corpo, quindi sii pronto Robin, perché sarai da solo” e con questo, mi cacciarono di casa, come a ribadirmi il fatto che sono una sottospecie di scherzo della natura e che un angelo dall’anima opaca non poteva rimanere nella loro casa. Passai la mia adolescenza a casa di Dylan, i suoi genitori morirono quando lui era piccolissimo e viveva con una certa Taylor, morta un anno dopo il mio trasferimento lì. Non era entusiasta nel sapere di vivere con un angelo, ma mi ripeteva sempre che in me c’era qualcosa di strano, di diverso, come fuori posto… E per questo le piacevo. La differenza principale tra angeli e demoni, è che noi proviamo dolore, un dolore profondo, che colpisce l’anima, anche se non è il nostro, mentre persone come Dylan no, gli scorre tutto addosso, come se non riguardasse mai loro, vedendo i fatti sempre in terza persona anche quando si parla di famiglia. Non mi stupii di non vedere Dylan piangere per la morte di Tay, come se lei non ci fosse mai stata, come non esistesse veramente, ma mi stupii che nemmeno io versai lacrime, com’era possibile?
Quello non potevo essere io, gli angeli… Ah già, gli angeli… Beh allora dovevo essere proprio io. Cresciuti molto in fretta entrambi, la mia strada e quella di Dylan si separarono per un bel po’. Me ne andai lontano, alla ricerca di ciò che sono o che sarei dovuto essere, alla ricerca del perché la mia vita fosse così stravolta. Non ricevetti risposta, ma di certo, un grande indizio, anche se avrei preferito rimanere all’oscuro di tutto ciò. Sto correndo, il mio cuore batte all’impazzata, non posso fermarmi ma non so dove sto andando, so solo che devo fare in fretta… Corro, corro a più non posso lungo il ruscello, aspetta un attimo, il ruscello! Quel ruscello! Ora so dove sto andando, devo correre, dovrei volare, ma non ho le ali né poteri particolari. Sono arrivato, ora lo vedo, Dylan mi sta aspettando sotto il ciliegio con il suo solito sorriso beffardo.
“Ne è passato di tempo” esordisco, ma c’è qualcosa che non va… L’albero non è mai stato così pieno di ciliegie. “Ti ricordi la promessa Robin?” disse lui con voce ferma “Quella promessa fatta in un giorno di pioggia proprio come questo, quella promessa di amicizia eterna con te stesso. È ora di mantenerla, vienimi a cercare e salvami, salvati”.
Non capivo… Non stava piovendo, perché poi la promessa “con me stesso”? L’avevamo fatto entrambi il patto e da cosa avrei dovuto salvarlo? O salvarmi? Mi svegliai di soprassalto, respiravo a fatica e le mie gambe chiedevano tregua come se avessero corso tutta la notte. Stava diluviando e rimasi tutta la giornata cerca di capire quelle parole “Salvami, salvati”… Poi capii. Inizia a correre, correre come quando si sa che si sta per perdere la persona amata. Ne era passato di tempo, ma ritrovai velocemente il ruscello, là dove tutto era iniziato, ora doveva finire. Ed è per questo che adesso sono qui, con i pugni nel fango e le lacrime calde che mi scivolano sul viso… Mi sento proprio stupido a non averlo capito prima.
Dylan era sempre stato con me, nei momenti tristi e in quelli felici. Mi capiva, mi ascoltava, sapeva sempre cosa dirmi. Da piccolo un giorno i miei genitori mi raccontarono di mia sorella, Taylor, dispersa in mare dopo una tempesta. Adorava le ciliegie, diceva che quel sapore così dolce in un frutto dal colore così infernale le trasmetteva un senso di trasgressione. In me non c’è mai stato qualcosa che non andasse, ma per far vivere Taylor la mia anima si è divisa in due, due parti contrastanti, troppo diverse per coesistere. Taylor non ce la fece, ma la parte oscura della mia anima, a cui si era aggrappata per sopravvivere, prese vita in una persona, Dylan. Ora Dylan sta morendo e in tutti questi anni passati alla ricerca di me stesso, non ho mai cercato nel mio passato, l’unico luogo che non potremo mai lasciare completamente. Posso capire il perché stia accadendo, sono così vicino alla verità… Così vicino a capire perché mi sono sentito così diverso pur vedendomi sempre riflesso nello specchio circondato da un’aura bianca opaca. Ma per salvarci devo mangiare altre due ciliege, frutti di quell’albero che sta lentamente fiorendo sotto i miei occhi. Tutto questo però non ha senso.
Qual è allora lo scopo della mia esistenza?
Perché la mia anima si è divisa se poi entrambe sono destinate a morire?
Una risposta non c’è. La vita è piena di cose senza senso, perdite importanti e domande senza risposta, sta a noi però trovare una ragione per andare avanti, ed io la mia l’ho trovata: devo mantenere la promessa fatta a me stesso.
Mangio le due ciliegie appena nate sull’albero come per magia. Il buio mi avvolge trascinandomi con sé. Al mio risveglio sento la pioggia battermi insistentemente sul viso. Mi guardo intorno e l’albero non c’è più. Entro in quella che una volta era anche casa mia e mi guardo allo specchio, la mia anima ha un colore strano, non è né bianca né nera, ma viola… Blu, come il mare e rosso, come le ciliegie.
Ben tornato a casa Robin.

WATER WAR
selezionato
di Chiara Armadoro

“È una punizione?”, mi chiedeva. “Nonna, la guerra è stata inventata per punirci?”, ribadiva. Guenda, con quegli occhi azzurri, mi interrogava per scoprire quale fosse l’origine del Mostro che le stava rovinando l’infanzia. Aveva solo 4 anni e mi poneva domande a cui io, di 85, con una vita alle spalle, non sapevo rispondere. Come spiegarle che la gente uccideva, paradossalmente, per vivere? “La guerra esiste dall’inizio dei Tempi, da quando all’origine del mondo l’acqua ha combattuto contro la terra incandescente. Ma quella fu l’unica battaglia che portò alla vita… le successive ci hanno condotti solo alla morte”. La guardavo negli occhi e vedevo tutto ciò di cui il mondo aveva bisogno, quell’azzurro accattivante… i suoi occhi erano limpidi. Come l’acqua. Siamo nel 2095, in un paesino sperduto fra le “montagne” dell’Italia centrale, ma non sono sicura che possano ancora essere chiamate montagne: una volta erano verdeggianti, da piccola adoravo correre per i prati; ma ora rimane solo terra sterile, a causa della mancanza d’acqua. Quando andavo dalla nonna, le chiedevo sempre di accompagnarmi in lunghe passeggiate nei sentieri del bosco, che solo gli anziani del posto conoscevano. Lì potevo ammirare fiori variopinti, avvicinarmi alle foglie verdi delle miriadi di cespugli che popolavano il versante del monte. Ogni animale, insetto, piccolo, brutto, pericoloso o innocuo erano per me una scoperta ed io mi sentivo sempre profondamente parti di quel paesaggio, di quella terra, della quale potevo sentire il forte odore che la pioggia le aveva donato. E come dimenticarla, la pioggia. Le gocce che si lanciavano sui vetri delle finestre, provocando un canto melodioso, che si univa al cinguettio degli uccelli. Non avrei mai potuto desiderare nulla di meglio, di quella semplicità che sapeva darmi tutto. I lampi nel cielo mi permettevano di sognare. La luce nell’oscurità. Le possibilità che vedevo nel futuro, che alle volte mi appariva anche scontato. Ero sicura di conoscere il mio destino: avrei studiato dopo il trasferimento a Roma, dove potevo dedicarmi alla tanto amata filologia germanica, storia di popoli che non avrebbero mai immaginato il futuro che ora è diventato il loro presente. Pensando al mio passato, non posso che soffrire per ciò di cui Brenda è stata privata: una vita felice, spensierata, che ogni bimbo dovrebbe avere. “Nonna, ma noi siamo al sicuro?”, domandava, “certo, e spero sia così ancora per un po’”. Lei non sapeva, era solo una bambina e vedeva tutto come attraverso un filtro che trasmetteva al cervello la realtà alterata da un forte ottimismo. Ma io, dentro di me, ero consapevole di come era iniziata tutta questa storia, questa guerra e, probabilmente, sapevo anche come sarebbe andata a finire. Quando ero ancora un’adolescente si parlava di un futuro catastrofico: siccità estrema, insufficienza alimentare e niente acqua. Nessuno ci credeva, o forse, tutti speravano che gli studiosi si sbagliassero. Nessuno dava importanza a quei piccoli gesti che in futuro avrebbero potuto farci vivere dignitosamente. Ero all’università quando l’acqua iniziò a scarseggiare; in quel periodo era diminuita anche nell’America Orientale e l’Africa era, già da tempo, un continente disabitato e non più abitabile. Noi delle grandi città stavamo ancora bene; io vivevo a Roma ed, essendo la capitale, il Governo si impegnava per mantenerla in vita. Diventai madre, ma me ne pentii: misi al mondo un figlio e capii di averlo gettato nelle fauci di una Bestia feroce che lo avrebbe divorato mentre lui tentava di trascorrere un’esistenza normale. La mia previsione si realizzò, perché, di lì a poco, l’America del Nord si stava spopolando, la cittadinanza era decimata e tutti perché non vi era più acqua. L’Europa era in procinto di finire nella stessa situazione, ma alcuni pensarono di poter risolvere il problema. Fu così che lui si trasformò in animale, alla disperata ricerca di quel bene indispensabile e decise di uccidere gli altri pur di salvare se stesso. Gli Americani e i Giapponesi si allearono e iniziarono la cosiddetta “WW – Water War”, invadendo l’Europa e noi venimmo catapultati all’inferno. Ovviamente tutta la società si ribaltò: i ricchi, grazie alla loro enorme disponibilità economica, non riuscirono a comprare tutta l’acqua del mondo e noi, “comuni mortali”, diventammo… ricchi. Io mi definiva ricca, sì, abitavo in montagna (dopo il trasferimento da Roma) e possedevo un pozzo, con il quale dissetai mio figlio e con cui ora disseto anche lei. I suoi genitori hanno tentato di cambiare la situazione: ecologisti convinti, considerati pazzi. Mio figlio, ricercatore, sposò Margaret, biologa, e insieme decisero di partire per delle sperimentazioni in Alaska. Avrebbero potuto rimanere più tempo con la loro figlioletta neonata, ma non posso incolparli… sono partiti anche per cercare di salvare lei. Loro avevano capito il pericolo e sapevano che agire sarebbe servito a qualcosa. Sinceramente, non so che fine abbiano fatto. Il dolore per tutto ciò che sto vivendo sembra annullarsi nella sua immensità e la speranza, “Ultima Dea”, mi ha abbandonata già da molto e io non ho più forze. Ma ormai siamo giunti al termine, non perché la guerra stia finendo, ma perché l’umanità scomparirà, evaporerà sotto questo solo cocente come l’ultima goccia d’acqua. Mi affaccio dalla finestra e vedo dal sentiero lontano delle macchine che si dirigono verso di noi. Non credo che allarmerò Guenda, sarebbe inutile… e poi, cosa le direi? Che i soldati al servizio dei Potenti stanno per ucciderci per impossessarsi della nostra riserva d’acqua? Non avrebbe senso ormai. Stavolta sono io che pongo una domanda a Dio, al Destino o a chiunque diriga la nostra vita: è giusto? Tutta questa gente morta per farne vivere altra… È giusto che loro debbano prendersi la nostra acqua? In base a cosa ne hanno più diritto di noi? Mentre i soldati parcheggiano, giungo alla conclusione che, come questa guerra, anche quelle passate sono state sbagliate. Non c’è una guerra lecita, il tuo scopo può anche essere a buon fine, ma nel momento in cui si uccide qualcuno per portarlo a termine, allora si passa dalla parte del torto. Se ognuno di noi si accontentasse di quella che ha, senza convertire fedeli, conquistare terre o invadere per guadagnare denaro, allora non esisterebbe la guerra, che è solo lo scettro di un egoista. Non so quanto tempo mi sia rimasto, non so cosa farne e non so cosa pensare. Quando ti rendi conto che la tua vita è ormai giunta al termine, c’è forse un protocollo da rispettare o un comportamento da tenere? Sento le lancette dell’orologio rimbombare nelle orecchie, le sento urlare, gridare e disperarsi nella mia testa ed io non riesco a versare nemmeno una lacrima. Il tempo corre ma sembra quasi che sia fermato. Un millesimo di secondo che dilata all’infinito. Un millesimo di secondo per rivedere davanti agli occhi 85 anni di vita, come un film. Un film dell’orrore. Non avrei mai potuto immaginare che saremmo finiti in questa situazione: uomini uccisi dalle loro stesse mani. E Guenda, povera creatura, mi fissa con i suoi occhi grandi che calpestano la piccolezza del mio animo pavido, che non mi dà la forza di dirle la verità. Il soldato mi punta la pistola alla tempia e, in una frazione di secondo, divento un’altra vittima dell’ennesima conseguenza delle azioni sbagliate di chi è vissuto prima di me.

ALL’OMBRA DEI RICORDI
selezionato
di Chiara Cruciani

Oltre 47 milioni di persone sono al giorno d’oggi colpite da malattie come Demenza e Alzheimer che portano all’invecchiamento del cervello. In Italia sono 600mila i pazienti affetti da demenza di Alzheimer e circa 3 milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari. Questa malattia provoca problemi con la memoria, il pensare e il comportamento. I sintomi come è stato per mio nonno si sono sviluppati lentamente e sono peggiorati con il passare del tempo. Mio nonno Antonio me lo ricordo come quel classico uomo di campagna con la passione per l’agricoltura e per l’allevamento. Era un gran brontolone costantemente corrucciato, ma con il passare degli anni ho imparato la tecnica per attenuare questo suo lato scontroso e catturare quello affettuoso e premuroso che ha ogni nonno che si rispetti. E’ stato anche un ottimo compagno di giochi: non scorderò mai le calde giornate d’estate passate a giocare a carte sotto l’ombra degli abeti fra le risate e le finte arrabbiature che ci prendevamo quando non ci arrivavano le briscole per fare i punti. Mi ha sempre voluto un bene dell’anima sia prima che durante la malattia, cosa molto difficile perché l’Alzheimer si impossessa di te, dei tuoi ricordi e del tuo corpo e non ti lascia più.
Le prime manifestazioni del morbo sono state sicuramente l’interruzione delle attività agricole, il rifiuto nel farsi la doccia e soprattutto la carenza di parole. Gli mancavano i termini e lui si arrabbiava, c’era un qualcosa in lui che gradualmente gli portava via il suo ‘’io’’, la sua razionalità, il suo spirito creativo e la sua voglia irrefrenabile di avere il comando su tutto e tutti.
All’inizio non sapevamo a cosa fosse dovuta quella lieve perdita di memoria, l’avevamo attribuita all’avanzare dell’età, ma non ci avevamo capito nulla. Eppure mia madre un sospetto ce lo aveva ma è stata sempre frenata da mia zia che fino all’ultimo momento non ha mai voluto né accettare né capire la gravità della situazione che stava emergendo e che ci avrebbe portati nei più profondi abissi, a un punto di non ritorno. C’era bisogno di capire cosa stesse succedendo a mio nonno e dopo poco tempo gli fu riconosciuta la demenza senile. Alzheimer. Da quel momento in poi è stato come se l’inferno ci avesse aperto le porte e ci avesse fatto entrare senza mai farci uscire. Né la mia famiglia, né quella di mia zia era in grado di accudire e assistere mio nonno, perché era necessaria una assistenza completamente dedicata a lui, con lo scopo di stimolarlo per cercare di rallentare il veloce progredire di questa malattia e anche per aiutarlo a compiere le normali azioni quotidiane che a quel punto non erano più automatiche.
Più il tempo passava e più mio nonno era irriconoscibile: era come se uno spirito maligno si fosse impossessato di lui. L’uomo che mi aveva insegnato a sognare che mi aveva trasmesso la saggezza, il coraggio, colui che conosceva tutte le tattiche del nostro gioco(le carte) ora aveva dimenticato tutto, tutto svanito nel nulla.
L’estate scorsa la situazione è peggiorata drasticamente, quando il nonno ha avuto un attacco di cuore. Mi ricordo la sofferenza nei suoi occhi, il sudore, il respiro affannoso e la corsa in ospedale. La candela si stava esaurendo, la diagnosi era una polmonite che non gli avrebbe lasciato scampo. Aveva un macchina collegata che lo aiutava a respirare e segnalava quando c’era qualche anomalia nel respiro. Suonava in continuazione, il suo rumore mi era entrato nel cervello e mi mandava in panico ogni volta che lo sentivo. Iniziavano i brividi e la preoccupazione che se ne sarebbe andato da un momento all’altro. Gli avevano inserito anche un sondino del quale ci occupavamo con molta cura io e mia mamma. Ero diventata come una piccola infermiera, mi avevano insegnato a utilizzare molti ausili ma questo per me non era un problema anzi mi sentivo in dovere di farlo per l’amore sia per mio nonno e anche per quello di mia mamma. I primi tre giorni in ospedale sono stati una vera lotta tra la vita e la morte in quanto mio nonno non dava segni di vita ma anche se era in stato vegetativo, quando io lo salutavo e gli accarezzavo i suoi capelli bianco latte, lui mi riconosceva sempre e raccoglieva tutte le forze che aveva in lui per regalarmi un gemito di ringraziamento. Il nostro legame era la forza che mi faceva andare avanti e io lottavo con lui, ho sempre lottato con lui fino alla fine.
Passata una settimana, aveva vinto la sua lotta contro la polmonite ed era ritornato a casa. Ma da quel momento in poi nulla sarebbe tornato come prima. Non ce la faceva più a respirare da solo ed era costantemente attaccato all’ossigeno. Ogni singolo movimento poteva compromettere la sua situazione. Non ce la faceva più, non aveva più le forze per lottare e mi ha lasciata. Non scorderò mai quel giorno e forse è banale dire che è stato il giorno più brutto della mia vita ma è proprio così. Un fatto forse casuale oppure dettato dal destino è che il funerale è stato celebrato il giorno di Santa Chiara, il mio onomastico. Sono passati sette mesi e di lui mi mancano le sue risate rumorose, i commenti acuti sulla vita e i suoi scherzi spontanei.
Non so di preciso dove sei, cosa fai, se puoi sentirmi. Non so se ti senti triste o felice lassù tra gli amici e i parenti che ci hanno detto addio. Se puoi leggermi nel cuore, continua a credere in me e a sostenermi quando sono giù di morale. Non era ancora il tuo momento, ti meritavi di esserci e di goderti ancora un po’ la mia adolescenza: mi avresti aiutato a combattere le mie paure e le mie insicurezze con la tua forza indistinguibile. Ormai non ricordo più bene la tua voce… e questo un po’ mi spaventa, ma al tempo stesso so che non ti dimenticherò mai. Se solo avessi cinque minuti per poteri rivedere, credo che ti abbraccerei fortissimo e ti direi quanto io ti voglia bene. Pensavo di essere pronta a dirti addio… e invece non lo ero affatto. Mi manchi.
“SE POTESSI FAR TORNARE INDIETRO IL MONDO
FAREI TORNARE POI SENZ’ALTRO TE
PER UN ATTIMO DI ETERNO E DI PROFONDO”
L’immenso – Negramaro

DISSONANZA
selezionato
di Giulia Gamboni

“La vita si libra come una stella tra due mondi,
tra notte e mattino, sull’orlo dell’orizzonte.
Quanto poco sappiamo di cosa siamo!
Ancor meno di cosa potremmo essere!”
Lord Byron, Don Giovanni

Dissonanza. Tutta la mia esistenza fino a questo punto può essere riassunta in questa parola.
Quando sono nato mi hanno chiamato Maria Rosa, mi hanno adagiato in una culla rosa e da quel momento rosa è stata tutta la mia vita.
Mio padre non si è mai interessato particolarmente alla mia educazione, convinto com’era che la crescita di una bambina, dovesse essere demandata soltanto alla madre; questa al contrario era estasiata dal mio essere una femmina, ed aveva reso il suo scopo di vita riempirmi di vestitini, fiocchi e merletti, per rendermi quella bambola che da piccola non aveva mai avuto.
Non mi ci volle molto a capire che tutto ciò non faceva per me: mentre mia madre mi pettinava i lunghi capelli castani, io pensavo solo a quando sarei stato grande e li avrei potuti tagliare, e, mentre mi obbligava a restare composto per non sporcarmi i vestiti, avrei voluto soltanto correre con i miei amici e rotolarmi nell’erba.
La scuola poi fu un tormento: continuamente oppresso dalle aspettative di chi mi stava intorno, incapace di esser me stesso e dare un nome al disagio che mi consumava ogni giorno di più dall’interno.
Con l’inizio della pubertà la mia vita diventò sempre più un inferno. Ora non solo ero tradito dal modo di vestire, dai miei capelli, dal mio stesso nome, ora anche il mio corpo non era più il mio. Se prima, ignorando pizzi e merletti, era facile riconoscermi per ciò che ero, ora lo specchio rimandava un’immagine completamente estranea di me stesso: una ragazza sgraziata ed infelice, goffamente infagottata in vestiti troppo grandi e il viso nascosto dalla frangia.
Tutti continuavano a ripetermi che il mio malessere fosse colpa della crescita, degli ormoni impazziti e sarebbe tutto passato in un paio d’anni; trascorsi le medie come in una specie di limbo, convinto che ciò che sentivo fosse normale, e che tutti si sentissero come me.
Una volta approdato al liceo, fui investito in pieno dalle aspettative che la società riversava su di me: ero nato una ragazza, quindi ci si aspettava da me che curassi il mio aspetto e trovassi interessanti la moda e il trucco, lasciando da parte i miei veri interessi che, negli anni, non mi era mai stato permesso di coltivare.
Sognavo di giocare a basket come i miei compagni di classe, potermi preoccupare solo di come ero e non di come il resto del mondo voleva diventassi.
Ho passato gli ultimi due anni senza trovare una spiegazione, quando, finalmente, qualche settimana fa ho cominciato a chiedermi se quello che sentivo non fosse solo un disagio senza nome, ma se avesse effettivamente una ragione.
La prima volta che lessi la parola “transgender” mi vennero alla mente i discorsi osceni dei miei compagni di classe, le notizie tragiche al telegiornale e i pregiudizi che costellavano la mia quotidianità. Cercando più a fondo però, testimonianza dopo testimonianza, dopo pagine Wikipedia e blog di Tumblr, ero arrivato ad una conclusione.
Non ero malato, diverso, incontentabile. Ero un maschio. Ed avevo avuto la disgrazia di nascere nel corpo di una femmina, invece che nel mio.
Non ero in me dalla gioia, finalmente avevo dato un senso al malessere che mi attanagliava dal momento della mia nascita e avevo trovato un po’ di speranza per il futuro. Nonostante la conoscessi, e una parte di me sapesse come sarebbe andata a finire, presi l’irrazionale decisione di parlare con mia madre.
Parlai nel più completo silenzio, una volta finito, non feci neanche in tempo ad alzare gli occhi che mi trovai cinque dita stampate in faccia. Proprio colei che avrebbe dovuto sostenermi troneggiava su di me e mi urlava contro le peggiori oscenità.
L’avevo delusa. Non ero la sua bambina. L’avevo detto solo per farle dispetto. Non meritavo il suo affetto e i sacrifici che aveva fatto per me.
Quando finalmente si fu calmata, riuscii ad uscire da quella stanza e mi rifugiai nella mia, dove rimasi a fissare il soffitto maledicendo mia madre e la mia incauta confessione.
Non resistetti molto sotto lo sguardo dei miei genitori, odio e disapprovazione da una parte e indifferenza dall’altra.
Per qualche giorno pensai di poterlo sopportare, avevo fatto dei progetti: volevo tagliarmi di nascosto i capelli, avevo anche scelto il mio nuovo nome. Massimiliano, non Maria Rosa. Stavo anche considerando di confidarmi con qualcuno in classe, quando mia madre infranse tutte le mie ultime speranze.
Stamattina, stavo per andare a scuola, quando ascoltai una conversazione tra i miei genitori, convinti di essere da soli, e mia madre che diceva, senza un minimo di rimpianto, che sarebbe stato meglio non avermi mai messo al mondo.
Mi sembrò di essere una marionetta a cui qualcuno avesse tagliato i fili. In trance mi diressi verso il bagno, dove nel mobiletto spiccava la scatola di sonniferi quasi nuova di mio padre.
“L’ultima cosa che ricordo è di esser svenuto sul pavimento del bagno e di aver sbattuto la testa.” L’infermiera, davanti a me, sta aggiornando la mia cartella e annota tutto con precisione. A quanto pare sono sopravvissuto ed ora sono in letto d’ospedale, a raccontare quante pillole ho preso e come mi sento ora. Mi spiega che il mio corpo ha subito un forte stress a causa dei medicinali, ma soprattutto a causa della caduta. Mi hanno operato alla testa e dovrebbe rimanere una cicatrice. Mi porge uno specchio e torna a scribacchiare qualcosa sulla cartella. La mia immagine mi lascia a bocca aperta: ho la testa completamente rasata su cui spicca una candida fasciatura. Non sono mai stato così diverso, eppure così me stesso. Vedere il mio nuovo riflesso mi riempe di una sensazione mai provata: un’euforia che non credevo possibile nei giorni passati.
In preda all’emozione, chiedo all’infermiera di vedere ciò che sta scrivendo, prendo la penna e correggo il mio nome.
“D’ora in poi sono Massimiliano, e non permetterò più a nessuno, nemmeno a me stesso, di togliermi ciò che sono”.

MUORI OGGI O VIVI PER SEMPRE
selezionato
di Alessandro Muzi

Spoleto, 1574
Era una sera piovosa, non pioveva così da giorni, al punto che le strade della città erano disseminate di pozzanghere. Tutti erano chiusi in casa al caldo, c’era solo un carro che andando di fretta faceva schizzare l’acqua di ogni pozzanghera della strada. Il carro improvvisamente si fermò, il vecchio che vi era all’interno si guardò intorno nel tentativo di scrutare la situazione. Una guardia aprì la porta del carro ed afferrò il vecchio per le catene che gli tenevano bloccate le mani, trascinandolo all’interno di un edificio fortificato. Si sentivano urla e lamenti all’interno, l’atmosfera era tetra, chiunque avrebbe tremato in un luogo simile. Chiunque, tranne lui. Non fiatò o sbatté ciglio, neppure quando la guardia lo portò dentro una cella buia in pessime condizioni igieniche. Presto si rese conto che non era solo, c’era un giovane silenzioso, dai lineamenti sembrava un ragazzo sulla ventina, non di più. Per la prima mezz’ora dopo l’arrivo del vecchio non fece altro che piangere e pregare, aveva con sé un rosario che stringeva forte, il vecchio non riusciva ad intendere cosa stesse dicendo, affaticato anche dal suo udito danneggiato per via dell’età. Il vecchio si stese sul suo letto, era scomodo e sporco, ma lui non sembrò curarsene. Dopo circa mezz’ora, il lamento del giovane fu interrotto dalle parole del vecchio:”Di cosa ti disperi, ragazzo?” ed attese per quasi mezzo minuto una risposta che non arrivò. “Spero che quest’esecuzione arrivi in fretta, almeno.” disse il vecchio annoiato. “Non avete paura di morire?” chiese il giovane balbettando ed asciugandosi le lacrime che colavano lungo il viso con un lembo della manica. Al vecchio comparve improvvisamente un sorriso forzato che presto si trasformò in una smorfia di disprezzo. “Perché dovrei averne? Alla fine quando sarò morto non avrò più nulla di cui preoccuparmi o aver paura, tanto vale accettare la morte per quello che è.” “Se siete stato arrestato significa che siete un peccatore come me, non temete il giudizio di Dio?” chiese incuriosito il giovane. Aveva smesso di piangere e guardava fisso il vecchio con uno sguardo penetrante. Il vecchio fece una sonora risata, confondendo il giovane che continuava a stringere il rosario tra le sue mani. “Tu invece? Lo temi, ragazzo?” “Quale stolto non lo farebbe? Non siete un credente anche voi?” “Onestamente non lo so. Di certo, ammettendo che esista, Dio ha altro di cui curarsi.” Il ragazzo scosse la testa con aria confusa. “Che intendete dire?” “Si dice che in Paradiso si viva nella beatitudine. Come disse il filosofo Epicuro, se si curasse dei terrestri non sarebbe poi così beato”. Il ragazzo stupito di tale affermazione sbarrò gli occhi. “Tutto questo non ha assolutamente senso! Senza qualcuno che ordina l’Universo come si può distinguere il giusto dallo sbagliato?” “Hai centrato il punto. Siamo noi a deciderlo!” disse il vecchio con gli occhi fissi sul ragazzo. “Se fosse davvero così tutti farebbero ciò che vogliono, e il concetto di giustizia svanirebbe.” “Dunque? Le leggi non sono altro che convenzione, la religione ed i doveri morali potrebbero non avere senso se dopo la morte non ci fosse più nulla! Non abbiamo certezze…” Al ragazzo, già sconvolto dalla condanna a morte che lo avrebbe atteso il giorno dopo, scesero altre due lacrime, e rispose a bassa voce:”Nulla? Ma non vi sembra la più triste delle ipotesi?” “Al contrario. Io sono sereno. Quello in lacrime che vive le ultime ore di vita chiedendosi quale sarà la sua sorte ultraterrena sei tu, non io. E ti dirò di più, io non ho rimpianti, non mi pento di ciò che ho fatto, la verità è che nemmeno tu dovresti, perché non esiste cosa al mondo che sia sbagliata, non esistono criteri per stabilire ciò che è lecito e ciò che è illecito. Ciò verrebbe smentito solo se dopo la morte ci fosse la vita eterna, ma a quel punto ci aspetterebbe l’Inferno, e credo sia quella la più triste delle ipotesi. A quel punto meglio morire oggi che vivere per sempre!” La conversazione si interruppe senza un motivo preciso, era calata la notte, ed i due si addormentarono presto. La mattina vennero svegliati dalle voci delle guardie che entrarono rumorosamente nel corridoio nel quale era la cella dei due prigionieri. Il ragazzo si alzò di scatto, pensando che la sua ora era giunta, continuando a stringere forte il rosario. Le guardie però superarono la loro cella, senza curarsi di loro, ne aprirono un’altra da cui trascinarono fuori un uomo di mezza età. Anche lui stava piangendo, ma tentava in tutti i modi di contenerlo, aveva le mani sporche e le strofinava tra di loro nel tentativo di pulirle, senza successo, come se cercasse di cancellare la macchia del peccato. Le sue parole di supplica non furono efficaci con le guardie, che per azzittirlo lo colpirono ripetutamente senza farsi alcuno scrupolo. Una volta ammutolito lo presero per le braccia in due, portandolo fuori dal corridoio. A quel punto l’uomo smise di far resistenza, ma non riuscì più a contenersi, e fiumi di lacrime sgorgarono dai suoi occhi. Venne portato nella piazza principale di Spoleto mediante una carrozza, nei pressi dell’antico anfiteatro romano, lì sarebbe stato impiccato pubblicamente. Il ragazzo, che aveva assistito alla scena iniziale, si sentì sollevato, non era pronto psicologicamente ad abbandonare per sempre questo mondo. Subito dopo però provò tremendamente pena per quell’uomo. Non seppe quale crimine aveva commesso per finire lì, il movente, se si fosse pentito, eppure provò compassione per quello sconosciuto. “Hai visto? Cosa te ne pare di lui? Vuoi finire come lui? Morire nel pentimento? Con la convinzione di aver sbagliato?” disse il vecchio ancora steso su quel letto sporco. “Questo non potete saperlo.” “Certo, glielo si leggeva negli occhi. Il pentimento lo soffocava, al punto che la morte fisica non sarebbe stata nulla in confronto a quella psicologica, per quanto dolorosa sia l’impiccagione.” “Quando ho visto le guardie ho pensato subito che fossero entrate per noi, ma non è stato così. Quando sarà il nostro turno?” “Difficile dirlo, credo che la prossima esecuzione avverrà nel pomeriggio.” “«Non esiste cosa al mondo che sia sbagliata.» Così mi avete detto ieri sera. Cosa volevate dire? Che tutto ci è concesso?” “Dico solo che tutto ciò che rientra nel concetto di giusto e di sbagliato è puramente soggettivo. Se vuoi che qualcosa sia giusto, l’unico da convincere sei tu. Mettiamo da parte la religione per un istante, soffermiamoci sulla legge, quella per cui io e te stiamo per essere giustiziati. La legge è stabilita dall’uomo in base a ciò che risulta più comodo per vivere. Ad esempio, commettere un omicidio è contro la legge, perché per l’uomo è sconveniente dover vivere con il timore di essere ucciso. Se l’omicidio non fosse punito credi che la qualcuno penserebbe due volte prima di uccidere una persona che lo ha in qualche modo offeso? O magari anche per il solo gusto di farlo?” “La morale invece? Ciò che è moralmente scorretto come lo spiegate?” “Ritengo che ciò che è lecito non può essere stabilito secondo un principio preciso. C’è chi sostiene che il fine giustifichi i mezzi, io ti dirò di più: il fine non ha bisogno di essere giustificato!” Il ragazzo si alzò e gridò deciso:“La mancanza di morale e di legge riconduce l’uomo ad uno stato brado! La distinzione tra il bene ed il male è fondamentale per il genere umano!” Il vecchio rise con un tono basso. “Come se dopo la morte tutto questo contasse qualcosa…la giustizia, la felicità… la vita…” Passarono ore, ed arrivò il loro momento. Portati in piazza si guardarono a vicenda “Spero per te che abbia ragione io. Ci rivedremo dall’altra parte.” disse il ragazzo. Il vecchio sorrise, “Hai proprio voglia di vedere l’Inferno, vero?” Il vuoto si aprì sotto di loro e rimasero appesi, la folla era euforica, non curante su chi fosse giusto o meno, esaltata da quell’immagine alquanto sinistra che aveva di fronte.

LA GRANDE GUERRA
selezionato
di Alessandro Patiti

Caporetto, 20 ottobre 1917
Cara Elda, sono partito da pochi mesi , ma a me sembrano anni. La vita in trincea è dura, viviamo come d’autunno sugli alberi le foglie; ogni giorno è come se fosse l’ultimo… Stiamo rintanati in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra, alti poco più di un metro e quando riesco a raccogliere quelle poche forze che mi restano a fine giornata, il mio pensiero va a te e alla nostro adorato Giancarlo che porti in grembo. Se non ci fosse il tuo ricordo aggrappato gelosamente ai miei pensieri, sarebbe la fine. Voi siete l’unica ragione che tiene viva la mia flebile speranza di salvezza. Quando sei in trincea smetti di essere un uomo e diventi un animale legato alla vita da un filo sempre più sottile. La guerra ti entra dentro, fino ad arrivare alle ossa, alla bocca, alla saliva, alla testa e non te la togli più di dosso; potresti lavarti e strofinarti con l’acqua corrente per ore, ma il sangue vermiglio di cui si è macchiata la tua pelle rimarrà con te per sempre, fino a toglierti il respiro, ad annullare i tuoi pensieri ,la tua anima…Questi sono gli effetti inesorabili che essa produce. Sono avvizzito nell’aspetto e nell’animo. Il patimento è immenso! Il freddo incessante, la pioggia, il fango e le condizioni igieniche in cui siamo costretti a vivere sono raccapriccianti. Non mi lavo da più di due mesi, ho fame, ho sonno, sono stremato, ho i dolori su tutto il corpo, ho voglia di piangere, di gridare, ho le mani e i piedi congelati…. L’altro giorno, ho visto la mia immagine riflessa su una pozzanghera e annichilito, mi sono spaventato nel non riconoscere la mia persona… I miei pensieri e le mie paure sono affogati dentro a quella pozzanghera. Di me resta solo un fantoccio…Persino tu stenteresti a riconoscere l’uomo che ero e che ora non sono più…Sono dimagrito di dieci chili e ho dovuto tagliare i capelli a zero, perché la convivenza tra noi soldati è stata allietata dalla presenza di pidocchi e topi. Scusami per l’ironia, ma cerco di trovare il lato positivo anche dove non c’è; qui in trincea lo chiamiamo spirito di sopravvivenza…Per non cadere nel baratro della disperazione. I miei compagni sono perlopiù contadini, fornai e muratori; io sono l’unico che di mestiere fa il musicista. A cosa può servire un pianista in trincea? Io conosco solo la musica di Mozart, Beethoven, Bach, non ne so niente di guerra…Le mie mani sono quelle di chi suona e non di chi uccide…Non ho mai fatto del male neppure a una mosca in tutta la mia vita e ora mi trovo qui, costretto a uccidere per non essere ucciso: ”Mors tua, vita mea”. Non importa se chi hai davanti a te è poco più che un ragazzino, se prova la stessa paura che provi tu, devi sparargli ugualmente, solo perché indossa un’ uniforme di un colore diverso dalla tua…..Ma lo capisci amore mio cosa ci chiedono di fare? UCCIDERE! Io non riesco a provare odio per questi giovani; per me, sia noi che loro, non siamo altro che l’insieme dei respiri che danno vita ad un unico cuore, quello del mondo ed è per questo che non possiamo essere nemici. La consapevolezza che la vita di un altro essere umano possa dipendere dalla mia volontà mi turba profondamente e schiaccia la mia anima in una morsa di profonda angoscia. Purtroppo, però, la realtà è un’alta, gli ordini sono ben precisi e non possiamo ribellarci agli orrori della guerra, altrimenti verremmo fucilati dal plotone di esecuzione. Il nemico, così vogliono che lo chiamiamo, è a un passo da noi, guarda nel buio zitto e immobile, con le armi ben salde in mano, pronte a mietere nuove vittime. Troppe e inutili sono le morti che mai placheranno la sete di sangue di chi ha mandato, sia loro che noi, a morire in nome di una libertà che uccide chi non potrà mai godere di quella libertà. Cara Elda , i miei occhi hanno visto e vedono la brutalità in tutte le sue forme e mai più torneranno a vedere ciò che vedevano prima, perché l’incubo, come un gigantesco cavallone marino, si è impossessato della mia anima, inondandola di sangue …SANGUE,SANGUE e solo SANGUE. Non sarò mai un cacciatore di uomini, questa guerra non mi appartiene ed è per questo che spesso mi chiedo se mai riuscirò a tornare a casa. Come posso riuscire a sparare a dei ragazzini sbattuti in quest’inferno senza via di fuga? Elda mia, non ci riesco proprio…… Non posso togliere ad altri esseri umani il diritto di avere un futuro…..Dovresti vederli…Alcuni sono goffi, impacciati nell’uso delle armi, hanno, anche loro, gli occhi pieni di paura, di smarrimento, di rassegnazione e di lacrime ….potrei tuffarmi dentro a quelle lacrime, fino ad annegare… Meglio io che loro….Non voglio marcire, un domani, tra i dannati dell’Inferno. La dolce melodia del pianoforte, quella che insegnavo ai miei allievi, ha lasciato spazio alla marcia funebre… al rombo incessante dei cannoni, al fragore delle mine e al rumore assordante delle mitragliatrici. A volte, mi sembra quasi di vedere scivolare via ,da quei fori di proiettile sparati a ripetizione, le anime dei miei compagni colpiti a morte. Il martellamento dei bombardamenti, che precede ogni assalto, può durare giorni interi e noi non possiamo far altro che pregare, restando rannicchiati e immobili, con il cuore colmo di paura…Una paura che, in quei momenti, ti taglia il fiato e ti cancella i pensieri…L’unica speranza è quella di non essere colpiti a morte… Amore mio, non puoi immaginare quanti cadaveri di vittime innocenti vedo ogni giorno davanti ai miei occhi; basta guardare fuori dai buchi della nostra trincea per rendersi conto che la Morte è lì in agguato, è nell’aria che respiriamo, con il suo ghigno meschino e beffardo, pronta a giocare con le nostre vite…Lei vince sempre…Scacco matto e tu non ci sei più!!! La” terra di nessuno” e i reticolati sono pieni di giovani ragazzi morti, le cui carni sono dilaniate dai colpi secchi delle mitragliatrici e nessuno può andare a prenderli tra la neve per dare loro una degna sepoltura, in questo mondo che brama per riprendere i suoi figli…Sembrano gigli strappati troppo presto e posti su un altare…Immagini indelebili che riempiono di lacrime il mio cuore. Quando la disperazione prende il sopravvento, prendo la piccola Bibbia che tu Elda mi hai regalato prima che io partissi e prego, prego Dio, affinché cessi il dolore che, come un pugnale infuocato, trafigge l’umanità:” Gesù tu sei la mia vita, la mia gioia, la mia forza, il mio custode, senza di te è tutto perduto; non abbandonare i tuoi figli! Ti prego! Al tuo cospetto siamo tutti uguali, non esistono bandiere, ma solo cuori e anime. Spazza via l’odio e l’avidità. Amen.” Io e i miei compagni siamo molto uniti e basta poco per renderci questa vita meno insopportabile: una sigaretta, un pezzetto di cioccolata, una barzelletta, una foto….. È la consapevolezza della fine che infonde ogni momento che la precede di un meraviglioso significato per ognuno di noi. Presto sarà Natale e io vorrei con tutto il mio cuore essere lì con voi…Vorrei svegliarmi da questo miserabile mondo inghiottito dalla guerra e avervi qui accanto a me per dirvi che vi amo, che vi ho sempre amato e che vi amerò per sempre.
Non so quando e se ci rivedremo, perché nessuno di noi, mai e in nessun momento, sa ciò che accadrà un minuto dopo, ma sta pur certa che un giorno ci rivedremo…Oh si che ci rivedremo…Se non in questa vita , in un’altra, in cui gli uomini non saranno così stolti e miserabili da non credere che la guerra porti solo morte e distruzione.
Tuo
Carlo

A NOI CHE NON VEDIAMO
selezionato
di Marta Sorrentino

Quella ragazza è vestita di bianco e intorno al capo ha l’aureola d’oro. La pelle chiara e gli occhi verdi come la terra di cui sembra madre. Cammina piano, figlia di pazienza e sorella di bontà.
Sembra.
A tradire capelli neri come le unghie con cui ha graffiato quella parete da scalare, unghie ancora sporche di terra e del suo stesso sangue. Labbra bordeaux e guai a chi le confonde con il rosso, che non è abbastanza scuro e intenso. Cammina piano perché figlia di potere e sorella di superbia. E se le si guarda le spalle si nota che dall’aureola pende una corda, d’oro anch’essa, ma tant’opaca da mangiare ogni luce le si avvicini, e a cui sono impiccati scheletri di anime che ha rubato.
E se si guarda ancora meglio, tra quegli scheletri leggeri, perché di vite insignificanti, ce n’è uno che pesa come il mondo, ma è invisibile perché solo chi ce l’ha dietro è in grado di vederlo.
E se si sguarda ancora meglio, tra gli scheletri leggeri, perché di vite insignificanti, c’è quello di lei stessa, che preferisce portarselo appresso piuttosto che dentro, così da sentirsi leggera ad ogni passo e sentirsi più sicura, sapendo che il suo vero io è protetto da tutti quelli che ha rubato.
Quella ragazza che parla poco quando avrebbe tanto da dire e che quindi, se le si porgono domande, ha sempre una risposta.
Quella ragazza che parla tanto quando non avrebbe nulla da dire, così che nessuno le ponga domande a cui risposta non potrebbe dare.
Corpo come tomba in cui anima cade, lei che si fa liberatrice di quest’anime in pena, a cui vita ancor più penosa stava toccando.
Serve esser bonari per poter esser considerati buoni?
Quella ragazza che era entrambe le cose:
madre di una terra di cui fa ormai fa talmente parte da averne incarnato le sembianze.
E quindi cos’è? Il male della terra stessa o la dea che l’ha creato?
Quella ragazza che con occhi da gatta continua a sorridere mentre cammina, che al peso d’anime altrui è ormai abituata, e quasi le danno conforto. Come d’inverno nel letto, quando il tuo corpo bambino sente ricadere su di sè il peso del piumone pesante, ma non può farne a meno perché riscalda e fa sentir protetti.
Lei era però anche l’inverno stesso, con quell’aureola che le tirava i capelli, ma non le piegava la testa.
L’avreste fermata?

SEZIONE “POESIE”

ASCOLTANDO “MERRY CHRISTMAS MR. LAWRENCE” DI RYUICHI SAKAMOTO
prima classificata
di Marta Sorrentino

E poi s’aprì la finestra
E iniziai a correre, a correre fuori.
Iniziai a correre chiamandomi per nome, nella speranza che quell’ombra che avevo davanti si fermasse, o anche solo si girasse.
Lei era avanti, è sempre avanti a me.
E la rincorro perché quando sono dentro di lei
sono completamente.
Ed anche ora mi fa girare la testa,
perché ogni tanto mi vedo l’ombra davanti
e ogni tanto il corpo dietro.
Ed anche ora mi fa girare la testa,
perché correre nudi sull’asfalto mi sta consumando
e inizio a sentire più freddo corsa dopo corsa.
Le gridai di aspettarmi, le gridai di avere pietà,
le gridai di girarsi a guardarmi.
Si girò.
Si girò e mi dovetti fermare.
Chi era quella?
Era così bella, così sicura su dove andare, così
viva.
Era bella era bella era bella
Era bella come mai bella mi ero vista.
E d’un tratto vidi qualcosa davanti a me,
Vidi una strada in salita.
Lei si fermò.
E con un cenno del braccio mi indicò il cammino.
Riprese a correre ed io con lei,
ma senza gridare.

LA DANNAZIONE DELLA PELLE
seconda classificata
di Hajar Tourbi

Solitamente la gente riposa
nelle ore più scure…
l’oscurità della mia pelle
mi ha portato tante sciagure…
sono scappata dalle rocce bollenti del deserto
sopra alle quali è stata violata la mia innocenza.
I miei aguzzini hanno lacerato la mia vergine pelle
con lame impregnate di un rosso asciutto,
di un sangue che si è seccato nelle vene
di chissà quanti corpi fragili,
la mia vita è continuata a scorrere
e proprio come un fiume riesce ancora a trasportare detriti…
ho sopportato parole intolleranti e sguardi spenti
di occhi che hanno il colore del cielo
chiedendomi perché quest’aria,
che oramai sembra confondersi con la pece,
non sia riuscita a celare l’assurdità dei colori e
la crudeltà dei cuori.

AMORE OGGI
terza classificata pari merito
di Valeria Tramontana

Sei un fondo
di brutte abitudini
vergini le giornate mie
ci aggiustiamo
come vasi comunicanti
il caffè amaro
e le buste di plastica
mi spingi nei calendari
aria verde limpida
e giovinezza rosa
spiro su di te

VIVERE PER VIVERE
terza classificata pari merito
di Arianna Caporali

Ti pare facile
essere un leone
in un mondo di leoni?
Un posto in cui
si lotta tra simili,
un posto in cui
si rinnega l’arte di essere fragili…
per sopravvivere.
Ti pare facile
essere una farfalla
in un mondo di leoni?
Questi ridono
della delicatezza,
dell’emotività.
Per loro ci sono insetti,
non farfalle;
per loro ci sono esseri umani,
non persone.
Ti pare facile
essere te stesso
in un mondo di leoni?
Essi sbranano chi è
diverso,
sminuiscono
la semplicità.
Ti sembra facile
essere una stella
in un mondo di occhi rovinati da schermi?
Ti sembra facile
essere fresca aria di montagna
in un mondo di polmoni logorati dallo smog?
Ti sembra facile
essere una bella giornata
in un mondo di persone grigie?
Ti sembra facile
essere il tempo
in un mondo di persone senza tempo?
Ti sembra facile
essere l’amore
in un mondo di persone senza sentimenti?
Ti sembra facile
vivere
per sopravvivere?
No,
non è
semplice.
Allora sii
la farfalla più delicata
tra i leoni più forzuti,
la risata più sonora e
il pianto più disperato.
Allora sii
il diverso
tra gli uguali,
la stella più luminosa e
l’aria più indispensabile.
Allora sii
il tempo
indimenticabile
di una giornata splendida.
Allora sii
come Orlando
e ama
follemente,
ma senza rabbia,
poiché c’è già troppo odio
nel mondo dei leoni.
Sai,
non è male
vivere
per vivere.

SEZIONE “CANZONI”

SHORT TERM HOPE
prima classificata
di Leonardo Matteucci

Verse 1
There’s a lack of reasons to remain
Of comfort during a landscape
Too little relief in a shape

Verse 2
It’s not the last scene of a tragic play
You won’t die for art, in a romantic way
But with no relief, in this shape

Verse 3
I’m the moment you’re waiting for
That illusion nobody discussed
All the concerns in your days
That noise heard, you delayed

THE STORM
seconda classificata
di Leonardo Marini

Troppo tempo sono rimasto nascosto nel buio,
stavo per fare il botto un giorno di luglio.
Le notti ormai erano un subbuglio, i giorni diventavano un miscuglio,
di pensieri e dolori.
Non dormivo più come gli attori,
per troppi mostri interiori,
che mi sbranavano dentro come dissennatori,
divoratori e creatori di notti insonni… distruttori di sogni.
A 14 anni scrivevo per divertirmi ed allenarmi,
a 16 invece non riuscivo più a sfogare tutti i miei drammi..
Adesso mi ritrovo a 20 anni,
illuso e rinchiuso,
fuso e deluso.
Deriso per anni per quello che pensavo,
a molte persone non risultavo nemmeno sano…
Mentre piano, piano dentro di me si creava qualcosa di strano,
con il tempo l’ho chiamato Shadow.
Per questo scrivo per me stesso e non per gli altri,
vivendo nel buio per scappare dagli sguardi,
perché nessuno può giudicarmi,
senza prima sapere quanti sbagli
e quante notti in 20 anni ho dormito tranquillo senza risognarli…
Anni e anni nascosto sentendomi un mostro
in questi panni senza mai sfogarli…
Be sai ora è tempo di liberarmi.
Ho ricucito buchi negli animi degli altri,
mentre nessuno
si è mai preoccupato dei miei sguardi…
Dimenticato come Nettuno,
negli abissi più profondi e bassi.. rinchiuso come i pazzi.
In mondi astratti da cui non se ne esce intatti.
Infatti scrivo e riscrivo finché non mi sento libero,
o almeno mezzo vivo…
Infatti porto con me sempre il mio libro,
dove descrivo, dove non vengo deriso e posso sentirmi vivo.
Se solo il mondo potesse capire quello che potrei dare,
rimarrebbe zitto e muto… ad ascoltare,
invece di sparlare e giudicare.
Ma si sa,
questa è l’unica cosa che sapete fare…
Non sapete più amare un testo sincero
ma solamente una base e un testo insincero.

PREVISTA
terza classificata pari merito
di Lorenzo Martinelli

Si è nel caos e nella follia che prende e dice “tu mi porti via” ma dice che ne sai tu della mia follia che fino a poco tempo fa era solo pazzia

È una realtà difficile si quella che viviamo, e cosi complicata che neanche noi la conosciamo proprio come te che non ti senti mai abbastanza, cosi tanto bella che resti sempre con l’ansia
Non dici niente no, tu resti zitta come quando da bambina andavi giù in pista e vieni con me per andare presto lontano da qua e da tutto il resto

RIT: Non ti credevi previstaaaa ti trovi nella sua listaaaaa no tu non eri con meee ma ci sembra tutto che…

come se in un giorno, come se in una notte sembra che si risolvesse tutto con le botte, ma no non ritorno non faccio casino, sembra che parli al vento mangiando un panino nemmeno ti sfido, bevo un bombarino cosi sembra che faccia carriera un bambino
non serve che parli non mi interessa ciò che mi dici non serve che gridi mi piace con te a volte fare litigi mi piace che dici, no non mi impicci meno castighi, siamo come due aghi che bucano le gomme.
Sei la cosa più bella che esista la parte più bella di me ti mimetizzi con la pista, cosi ho più tempo per te
mi chiami per fare due giri e invece mi faccio due tiri mi dicevi due giri di danza ma io che ne so della salsa.

RIT: lei oggi si sente caliente, lei balla però mai non sente, si muove leggera è come se ne frega di quel che succede alla gente

SOGNO DI UNA NOTTE
terza classificata pari merito
di Filippo Ciccotti

Ti ho sognato lì seduta in cucina
Quando eri bambina e aiutavi la mamma,
un profumo di fiori di pesca, di amore, di frutta fresca.
Ti ho sognato tra i banchi di scuola,
gli occhi rossi, le guance viola,
tra le labbra una matita, un mozzicone di sigaretta.
Sogno di una notte in mezza estate
tante cose le ho dimenticate
sogno il tuo respiro su di me
apro gli occhi e sei vicino a me.
Odio tutto tranne te
Odio tutto e amo te.
Ti ho sognato vestita da sposa,
appoggiata a una finestra socchiusa,
gli occhi gonfi e la nonna che piangeva e poi quel sì.
Ti ho sognato distesa nel mio letto,
i tuoi capelli sciolti sul mio petto
e il mio cuore che batteva, che batteva.
Sogno di una notte in mezza estate
tante cose le ho dimenticate
sogno il tuo respiro su di me
apro gli occhi e sei vicino a me.
Odio tutto tranne te
Odio tutto e amo te.
E se mi chiedi fino a quando tutto questo durerà,
ti dirò che alla rosa quando appassirà, solo il nome resterà,
per l’eternità
per l’eternità
per l’eternità.
Ti ho sognato avevi i capelli bianchi
e i tuoi occhi erano sempre diamanti
ed io che volevo ancora te, per sempre, per sempre.
Sogno di una notte in mezza estate
tante cose le ho dimenticate
sogno il tuo respiro su di me
apro gli occhi e sei vicino a me.
Odio tutto tranne te
Odio tutto e amo te.
Sogno di una notte in mezza estate
tante cose le ho dimenticate
sogno il tuo respiro su di me
apro gli occhi e sei vicino a me.
Odio tutto tranne te
Odio tutto e amo te.

OPEN YOUR EYES
menzione speciale
di Chiara Rossi

Surrounded by many people eyes, but I felt so lonely.
Wearing masks to hide my pain I’ve seemed so strong
When the truth is I was feeling weak
Then one day.  I met him, he said:
Open your eyes, look around for happiness, and find out what’s behind those looks.
Show yourself for what you are,
don’t close yourself in sufferings
and you’ll find out a new you.
The reason that i can’t stand me, show i’m here.
I was there, that was why someone else loved me.
Then one day. I met him, he said:
Open your eyes, look around for happiness, and find out what’s behind those looks.
Show yourself for what you are,
don’t close yourself in sufferings
and you’ll find out a new you.
Open your eyes, look around for happiness, and find out what’s behind those looks.
Show yourself for what you are,
cover up your sofferings
and you’ll find out a new you.